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"Pronti? Voi siete i prossimi", con la scaletta in una mano l'addetto indicò loro il palco e si dileguò già proiettato verso la successiva esibizione.
Il gruppo attendeva sul retro. Dal palco si potevano sentire le grida di gioia del pubblico, la loro voce che si univa a quella del cantante durante il ritornello. Un ultimo grido di delirio prima che le note della canzone si perdessero nell'aria e toccasse a loro.
Ecco era il momento: la loro prima apparizione davanti ad un pubblico straniero.
"Incrociamo le dita", sussurrò quasi tra sé e sé Leonard, il batterista della band. Jack si voltò verso di lui sorridendogli agitatissimo, una luce di emozione negli occhi.
Pochi istanti perché i presentatori li introducessero e poi il palco si aprì davanti a loro immenso e pronto ad inghiottirli.
"Hello everybody", salutò Jack con la voce leggermente tremante. Il pubblico esplose: grida, braccia che si alzavano in aria, mani che si agitavano tentando di farsi notare. Jack aveva sognato per così tanto tempo questo momento che ora gli sembrava la cosa più assurda che potesse capitargli.
Il suo sogno era lì, davanti a lui e bramava perché lui aprisse la sua bocca e cantasse.
Dio se è un sogno, non svegliarmi, è troppo bello.
Il pubblico si tranquillizzò. Le luci si abbassarono.
Leonard batté le bacchette tra loro per tre volte; Simon e Nathan si lanciarono un'occhiata d'intesa e passarono il loro plettro tra le corde delle loro chitarre. Le prime note della canzone che in pochi mesi li aveva portati alla vetta delle classifiche fecero riesplodere il pubblico.
Ora toccava a Jack. Mentre cantava il suo sguardo trasognato sfiorava il pubblico: ce l'aveva fatta, finalmente era uscito dalla gabbia dell'anonimato e di una vita che non aveva mai voluto accettare.
Tutte quelle persone… erano tutte lì per loro, per ascoltare la loro musica.
"Have you ever had an impossible dream to achieve? […] We all have one… Wouldn't you tell me…" Era la sua canzone, la loro musica, le sue parole…
Jack incitò il pubblico a cantare con lui il ritornello, ma non ce n'era bisogno: una moltitudine di voci si era già alzata dallo stadio e si era unita alla sua. Un brusio confuso che lasciava intuire la melodia e il suono delle parole.
Era il suo momento di fama. Era arrivato. Jack sorrise entusiasta: sì, anche lui poteva dirsi un vincente.
* * *
"Have you ever had an impossible dream to achieve…", canticchiava Eleonora ancora rapita da una canzone che aveva ormai 6 anni.
Sorrise mentre infilava l'ago nel pezzo di stoffa e tentava di dare un bordo regolare a un qualcosa di informe. Era strano per lei mettersi a fare certe cose: cucire, impegnarsi così tanto in un lavoro cosiddetto "femminile"; di solito lo faceva per obbligo non certo per piacere!
Ma si poteva anche cambiare idea una volta ogni tanto.
"Ecco fatto!", esclamò soddisfatta tagliando il filo con le forbici e fissando il bordo con un piccolo nodo.
Ora non le rimaneva che fissare il tutto alla sua borsa a tracolla e la sua "opera" si sarebbe potuta dire compiuta.
Guardò quel pezzo di stoffa dipinto, pensierosa. Sembrava un paradosso il fatto che una sola canzone avesse potuto incidere così tanto sulla sua vita.
Alle volte le cose più belle ti capitano nei modi più imprevedibili e inconsueti.
Era strano pensare che poi quel gruppo si era diviso e in un modo che non poteva lasciarti un po' perplessa e amareggiata.
Forse sbagliava a prendersela così a cuore, ma quello che Eleonora non era riuscita a capire a 18 anni lo capiva ora che ne aveva 20: non si poteva pretendere che le proprie azioni non avessero alcuna influenza anche sugli altri.
E così oggi, a distanza di 6 anni, Eleonora si era sentita pronta per camminare con le proprie gambe e creare qualcosa che la rappresentasse.
Le ultime note della canzone risuonarono nella stanza. La ragazza si alzò e spense lo stereo: non aveva voglia di ascoltare anche le altre tracce.
Terminò il lavoro in silenzio, consapevole solo dell'ago e del filo che passavano dal pezzo di stoffa alla tasca della sua tracolla.
Hum, sì mi piace. Eleonora rimirò la sua piccola creazione. Poi l'appoggiò sul letto. "What is your impossible dream?" lesse ancora prima di uscire dalla stanza.
In soggiorno alzò la cornetta del telefono e compose il numero della sua migliore amica Federica.
* * *
La sigaretta tra le dita gli conferiva una certa sicurezza: era un fare qualcosa mentre non si stava facendo niente. O mentre si stava aspettando che qualcosa capitasse.
Ogni tanto Giulio ci ripensava: se non avesse avuto dei genitori come i suoi, se la società fosse stata un po' diversa, se le cose non fossero andate come erano andate…
Si portò la sigaretta alla bocca ed aspirò. Non c'era speranza, nessuna via d'uscita.
Poteva anche passare tutta la sua vita su quelle scalinate davanti all'Università, aspettando che la giornata passasse. Mentre tutti quei "figli di papà" se ne andavano a "farsi una cultura". Giulio li guardava un po' tutti con disprezzo: sembravano così contenti e soddisfatti…
Se solo avesse creduto che ci fosse un modo diverso per vivere la sua vita, forse ora non avrebbe atteso che quella sigaretta finisse per accenderne un'altra.
Un pomeriggio aveva visto passare quella ragazza insignificante, con quella domanda che ancora gli girava in testa: qual è il tuo sogno impossibile…
Era proprio questo il punto: se il suo sogno fosse stato possibile si sarebbe dato da fare per realizzarlo, ma purtroppo non lo era. E lui non poteva proprio farci niente.
C'era stato un momento in cui Giulio aveva provato l'impulso di andare a cercare quella ragazza e domandarle che cosa avesse voluto dire dipingendo quella domanda sulla sua tracolla. Come se lei avesse potuto rispondere a tutte le sue domande.
Che stupido, pensò espirando lentamente, lo sguardo perso nel vuoto.
* * *
"Have you ever had an impossible dream to achieve?" Aveva cantato 6 anni prima Jack su quel palco.
"What kind of life do you want to live?", aveva continuato già intossicato dalle prime illusioni del successo.
"We all have one… Wouldn't you tell me yours?" Si era chiesta Eleonora 6 anni dopo.
"It's a bet, a bet on you", era stata la risposta per la quale aveva deciso di rischiare.
"Your greatest bliss or your deepest curse."
È la scelta che tutti siamo chiamati a compiere.
Info Racconto

- Racconto scritto da Lara, 2003
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