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    Io mai

Io mai. Non avrebbe saputo dirlo meglio. Io mai. Mai per primo e mai dopo.
Si fermò a metà strada e si guardò intorno. Era partito qualche settimana prima e per ora lungo il cammino aveva incontrato solo un mendicante e un cucciolo randagio. Il mendicante lo aveva guardato con disprezzo. "Vagabondi", gli aveva sentito bofonchiare mentre ritraeva la mano lercia per evitare qualsiasi contatto compassionevole. Il cucciolo si era mostrato intimorito dall’incontro imprevisto e aveva abbandonato la strada maestra per rifugiarsi nei sentieri sconosciuti della foresta. Ci si poteva fidare di chiunque, aveva pensato il giovane osservando il cane sparire nel sottobosco, ma non di un’anima errante.

Portava con sé una vecchia borsa di cuoio in cui conservava i suoi tre beni più preziosi.
Il viaggio aveva impolverato i suoi vestiti di giovane apprendista, sporcato le scarpe di fango e stanchezza, incrostato gli scuri capelli di sudore e speranza.
Ancora pochi passi e avrebbe raggiunto il primo villaggio in cui si sarebbe riposato per la notte, prima di riprendere il viaggio.

Era giorno di mercato. Gente che veniva da ogni dove e si recava in ogni dove correndo, spingendo, imprecando, invocando: “Frutta e verdura fresca, signori! Venite!” “Il miglior cavallo della contea. Accarezzate il suo manto, signori! Vi parrà di toccar velluto!” “Un prodigio! L’ultimo ritrovato della medicina! Curerà ogni vostro male! Venite signori! Venite!”
Il giovane si fece strada incuriosito dalla vivacità che aveva abbandonato al suo antico villaggio e che ora ritrovava intatta in un altro luogo, distante giorni di cammino da casa sua.
Si lasciò rapire dai rumori famigliari, dagli odori speziati e dalle mille promesse.

Ho fame, pensò d’un tratto attirato dall’intenso profumo di pane appena sfornato.
Si avvicinò alla bancarella. Una giovane donna in carne lo squadrò evitando di incrociare il suo sguardo.
“Vorrei due di questi”, indicò il giovane abbozzando un sorriso. I suoi occhi erano tutti per la distesa di pane croccante e appetitoso che gli si esibiva davanti.
La ragazza tirò su con il naso facendo scivolare lo sguardo sulle vesti del giovane. Arricciò impercettibilmente la bocca. “Con che cosa pensi di pagarmeli?”
Il giovane non si scompose: infilò una mano nella borsa e ne estrasse due margherite. Erano due fiori di campo, raccolti durante il viaggio.

“Mi vuoi prendere in giro?!”, grugnì la ragazza. “Che cosa dovrei farmene di quei due fiori inutili? Pensi che ne potrò fare altro pane?!”
Il giovane sorrise, coprì le corolle dei due fiori con l’altra mano e senza che niente fosse detto o in apparenza fatto riaprì il palmo: al posto delle margherite ora scintillavano due monete.
“Come sua signoria desidera”, recitò il giovane porgendole le monete e prendendosi il pane.
Salutò la ragazza con un cenno del capo e si dileguò prima che lei potesse gridare al maleficio.
Le persone non sanno più apprezzare la bellezza, pensò il giovane mentre addentava il suo pranzo e ammirava la vitalità della confusione che lo circondava.
Ora mi devo trovare un posto per dormire, considerò una volta sazio. La nuda terra era un giaciglio poco amato anche da un’anima errante come la sua. Quella notte avrebbe dormito su un letto vero, si disse. Senza paura di essere aggredito da ogni ombra di passaggio. E si sarebbe concesso il lusso di sognare: era impossibile farlo quando non entrambi gli occhi potevano riposare sereni.

Giunse in prossimità di una locanda e ne varcò l’uscio. L’oste accettò le sue monete e non fece domande. Non era compito di un oste impicciarsi degli affari altrui, finché quegli affari non si interponevano tra lui e il guadagno. Non facendo domande era riuscito a campare per 30 anni e si poteva dire un uomo soddisfatto.
“La chiave, ragazzo. Devi lasciare la camera libera alle prime ore dell’alba altrimenti mi dovrai pagare un’altra notte.” E perché mai?, gli avrebbe voluto chiedere il giovane non comprendendo come qualche ora in più della mattina equivalesse a un’intera nottata. Ma l’oste era stato un uomo discreto con lui e non gli parve corretto non esserlo a sua volta. Afferrò la chiave con un cenno d’assenso e salì le scale. Si era lasciato un pezzo di pane per la cena e sapeva di non aver bisogno d’altro. Pane per placare la fame e sonno per sognare.

La confusione e il chiasso del mercato non l’avevano abbandonato neppure alla locanda. Dabbasso si sentivano le grida degli uomini che vincevano o perdevano a poker e le stanze accanto dovevano servire per altre vittorie o sconfitte dell’ego maschile.
Era anche per questo che era partito, perché certi pensieri non potevano appartenergli sotto il tetto di suo padre che giocava sia con le carte che con sua madre. Certi pensieri non dovevano appartenere a nessuno, secondo lui. Erano dei non-pensieri. Capricci della mente, sortilegi del cuore.
Ma lui li aveva sempre pensati e non se ne vergognava. Era il suo modo di affermarsi come uomo. Pensare e pensare pensieri propri.

Girò la chiave nella serratura per sentirsi “come a casa” e respirò l’intenso odore di legno marcio. Socchiuse la piccola finestra, una ferita di vetro nella parete, per riprendersi dal puzzo e riacquistare padronanza di sé e della situazione.
L’oste gli aveva dato anche un moccolo di candela, quello che rimaneva del ricordo di tempi migliori. Il giovane l’accese con un fiammifero e l’appoggiò su un tavolo roso dai tarli. Avrebbe dormito?, si chiese ricordando il lavorio incessante dei tarli di casa sua. Sì, ce l’avrebbe fatta, si disse, erano solo operai notturni e la sua mente li avrebbe presto ignorati diretta verso altri lidi.
Accostò le imposte ignorando i rumori che provenivano dalla strada, dalla stanza accanto e dal salone al piano di sotto. Soffiò sulla fiamma che tremò e spegnendosi gli restituì il dolce aroma del fumo. Si sdraiò sul letto, vestito com’era, la borsa sempre accanto. I tarli cominciarono il loro lavorio incessante, urla di vittoria, urla di sconfitta, voci che coprirono il silenzio del giorno e voci che presto avrebbero restituito sonorità alla notte.


Era lì, in quel luogo che riscopriva se stesso. Che dava un calcio ai dubbi, alle paure, ai pregiudizi del giorno. Era lì che voleva sentirsi “come a casa”. Guardò di sottecchi quei capelli castani raccolti in un crocchio ordinato e sentì di nuovo quel tuffo dentro sé, quella piccola capriola che aveva accompagnato il primo incrocio di sguardi.
Come definirlo? Amore? Innamoramento? Interesse? Emozione? Emozione. Non c’era altro modo per esprimerlo, altro modo in cui volesse essere espresso.

Si erano stretti la mano. Lui avrebbe iniziato a lavorare quel giorno in bottega, come apprendista. Lei ci lavorava da qualche tempo e serviva i clienti. Di solito ci si salutava senza troppi convenevoli, ma le loro mani avevano rotto l’incantesimo dell’estraneità.
Non era stato il saluto, né l’incontro amichevole delle mani. Avevano lavorato per qualche tempo senza quasi vedersi: lui nel retrobottega a cuocere il pane mentre lei dormiva, e lei a servire i clienti quando lui poteva tornare a dormire.
Qualche fugace pensiero alla vista del pane ancora caldo, ponte inconsapevole tra le loro mani, e nient’altro. Finché…

Quel giorno lui si dovette fermare di più, la richiesta di pane era aumentata in vista della fiera del villaggio e lei dovette arrivare prima per aprire il negozio in anticipo e soddisfare l’accresciuto appetito.
Le richieste incessanti lo costrinsero più volte a portarle il pane appena sfornato che lei subito consegnava agli avventori. E fu mentre lui correva dal forno al negozio e lei dal pane caldo ai clienti che i loro sguardi si incontrarono, lui abbozzò un sorriso e la salutò. Lei ricambiò il sorriso biascicando un saluto imbarazzato. Così era successo e così non si era più ripetuto. La fiera era finita e lui e lei non si erano più incontrati.
Era stato il caso, aveva pensato lui. Era stato il destino, aveva pensato lei. Non poteva che essere così.
Ma ora, disteso in quel letto cencioso e sconosciuto, lui la rivedeva e ancora una volta le porgeva il pane caldo che qualche cliente frettoloso già aspettava. Ripensava a quel giorno in cui avrebbe voluto attenderla alla fine della giornata, ma così non aveva fatto.

Adesso, si era seduto sui gradini del retro e giocava con un bastoncino disegnando forme incomprensibili sul terreno polveroso.
L’aspetterò, pensava. E la saluterò di nuovo e le chiederò se è stata una giornata faticosa. Certo che lo è stata!, si rimproverò d’un tratto divertito. Allora le chiederò se è molto stanca. E le dirò che anche per me è stata dura oggi. Con tutte quelle persone e tutto quel pane da cuocere! Le dirò che il mio lavoro però mi piace e le chiederò se il suo le piace. Le chiederò se andrà alla fiera e le dirò che anch’io ci andrò. Sì, le dirò tutte queste cose e lei mi risponderà e sorriderà di nuovo. Sì, la farò ridere, dirò qualcosa di strano o di insensato e lei riderà. Di quello che ho detto e di me perché scoprirà che io la faccio ridere e si sentirà bene e vorrà continuare a ridere. Mi chiederà di continuare a farla ridere. E io esaudirò ogni suo desiderio.

Eccola che usciva. Lo aveva visto e lo aveva guardato. Si era chiesta cosa ci facesse lì? Aspettavo te, avrebbe voluto dirle, ma non l’avrebbe fatta ridere con una frase del genere. Lei gli aveva sorriso e di nuovo le era uscito un saluto appena sussurrato, come se la voce alla sua vista le si strozzasse in gola. Era così? Lui non capiva e aveva cominciato a farla ridere. L’aveva accompagnata a casa e lei ora lo guardava serena e chiacchieravano e non c’era imbarazzo alcuno. Era “come sentirsi a casa”.

A domani, si erano detti. E il giorno dopo si erano scoperti di nuovo estranei: lui nel retrobottega, lei nel negozio con i clienti. Il pane a unirli e a dividerli. Non si erano più visti dopo il sorriso e il mezzo saluto del giorno prima, perché in realtà lui non l’aveva attesa sul retro, non l’aveva fatta ridere e non si erano mai detti “a domani”.
Era stato un sogno e da quella notte il sogno era continuato. Di giorno estranei, di notte amici e poi chissà. Lui sognava e nel sogno il volto di lei gli era così familiare da fargli male di giorno. Non poteva sorriderle come avrebbe voluto, parlarle o farla ridere come faceva ogni notte perché lei non sapeva, lei forse non voleva.
Poteva anche ignorarla, si era detto lui, non era che un’emozione. Non la conosceva neppure e non c’era modo di conoscerla.
Quante storie per una donna!, gli avrebbe detto suo padre tra un bicchiere di vino e una visita improvvisata all’osteria.
Già, si era detto anche lui, quante storie… quanta immaginazione! Non c’era niente, nient’altro che quella stupida capriola e uno sguardo morto sul nascere.

Nel frattempo il sogno gli faceva conoscere una giovane donna che a fatica lasciava la mattina successiva. Era speciale, era incredibile, era tutto quello che pensava di voler vivere nella sua vita. Una sera l’aveva riaccompagnata a casa, era buio e spirava un vento freddo. A pochi passi dall’uscio, il riverbero del camino sulle finestre illuminava fioco la strada.
Lei si era fermata per salutarlo, aveva sempre quel sorriso timido, quell’incurvatura indecisa delle labbra quando lo salutava.
E lui si era detto: adesso o mai più. Era accaduto e le aveva rivelato quell’emozione che custodiva nel cuore con l’unico linguaggio che conoscesse. Forse era stato precipitoso, forse lei lo avrebbe respinto, forse il suo sogno si sarebbe interrotto bruscamente. Ma non era successo.

Non aveva permesso che accadesse: il giorno seguente lui era partito, senza dire niente a nessuno, aveva lasciato il villaggio.
Non poteva più essere apprendista, non poteva più vivere in quella realtà ai suoi occhi finta e crudele. Era tutto nel suo sogno e lei non sapeva, non immaginava. Non poteva dirle nulla, non poteva rivelarle qualcosa che neppure lui capiva. Quell’emozione improvvisa e imbarazzante. Quel sorriso che lui aveva baciato senza il suo permesso. L’emozione che nel sogno apparteneva anche a lei, ma che nella realtà quotidiana era inghiottita dal silenzio. Di lei. Di lui.
Era partito e aveva camminato e camminato senza più sognare. Fino a oggi.


"Sveglia!" Un pugno si abbatté sulla porta strappando il giovane dal sonno. "Se non esci entro breve mi paghi una notte in più!" Era l’oste, il giovane si alzò di scatto e si mise seduto sul letto. Freddi raggi di luce filtravano dalle imposte e coloravano la stanza d’azzurro.
Il giovane afferrò la borsa e si sistemò frettolosamente i vestiti spiegazzati. Versò qualche dito d’acqua nel catino e se la gettò sul viso per svegliarsi. Uscì nel corridoio ancora avvolto dagli ultimi lembi strappati del sogno e scese dabbasso.

“Bene, ragazzo. Vedo che sei mattiniero. Dormito bene?” L’oste sogghignò compiaciuto dalla propria sagacità, e senza attendere alcuna risposta voltò le spalle al giovane per rivolgersi ai primi clienti del mattino.
Il ragazzo uscì in strada e si ritrovò a tu per tu con il silenzio dell’alba. Nessun rumore, nessuna traccia della confusione del giorno prima. Il villaggio dormiva ancora mentre lui era costretto a rimettersi in viaggio. Avrei voluto averne di più, si rammaricò malinconico stringendo la borsa al fianco.
Doveva fare colazione e pensò che appena fuori dal villaggio avrebbe trovato degli alberi da frutto. Aveva appena superato le ultime case che vide i campi. Raccolse qualche mela e la infilò nella borsa prima di riprendere il cammino: era meglio non dare nell’occhio.

Camminò per una mezz’oretta mentre il sole sorgeva all’orizzonte deliziandolo con la sua compagnia.
Terminati i campi ricominciava la foresta. Si avvicinò a una vecchia quercia e le si sedette ai piedi gustandosi la prima mela della colazione.
Non sapeva dov’era diretto e in parte non capiva neppure perché fosse partito. Perché avesse preso quella direzione piuttosto che un’altra, perché non avesse alcuna intenzione di fermarsi. Come avrebbe fatto a sfamarsi? Iniziava a chiedersi dopo che le prime monete del suo piccolo tesoro erano svanite nelle mani altrui.
Il trucco delle margherite lo aveva imparato da un vecchio mago quando era piccolo, pensava che avrebbe potuto usarlo per sorprenderla, per farla ridere ma non lo aveva mai fatto. Forse lei lo avrebbe considerato stupido. E così lo aveva riservato a quella donna paffuta e diffidente che vendeva pane. Non possedeva alcun poter magico, né buono né cattivo, si rammaricava ora che il viaggio era diventato la sua vita.

Torna indietro, si ripeteva ogni tanto. Torna e dille quello che provi, qualunque cosa sia.
Io?, chiedeva incredula un’altra parte di lui. Io? Io mai. Io mai.
Sentì di nuovo quella capriola dentro sé e si strinse il petto: faceva male. Faceva sempre più male e non riusciva a capire il perché. Si stava allontanando, non avrebbe dovuto dimenticare?
Forse, pensò all’improvviso, forse devo farlo e basta.
Infilò la mano nella borsa e ne estrasse tre pietre, i suoi beni più preziosi. Tre sassi grigi di medie dimensioni che aveva raccolto il giorno della sua partenza. Uno nel cortile di casa sua, uno nel retro della bottega dove era stato apprendista e uno davanti alla casa di lei.

Erano i sassi dei tre luoghi in cui il giovane aveva vissuto e si era sentito “come a casa”. Per questo erano così speciali e per questo al cospetto del cuore tutte le monete del mondo non avrebbero retto il confronto.
Pensò che quello era un buon posto. Iniziò a scavare nella terra umida e quando credette che il buco fosse perfetto ci gettò dentro il primo sasso. Era quello di casa sua, il primo posto che aveva chiamato casa e il primo che avevo rimpianto meno nell’abbandonare. Il padre non avrebbe sentito la sua mancanza. Ricoprì il sasso con la terra che aveva smosso e si mise a scavare un altro buco più in là. Questa volta scelse il sasso che proveniva dal retro della bottega. Era stato felice di essere un apprendista fornaio e il mastro era stato molto generoso con lui, lo considerava come un figlio. Gli era dispiaciuto andarsene così, senza una parola, ma forse il mastro aveva capito. Forse avrebbe compreso. Ricoprì anche quello e passò alla terza buca. Rimaneva un unico sasso. Lo raccolse e lo soppesò.
Questo è quello che sotterro con più tristezza perché decido di dimenticare qualcosa che non ho mai vissuto, pensò il giovane accarezzando la superficie grigio-nera della pietra. Era stato un piccolo furto, un modo per avvicinarsi a lei anche in quel mondo che il caso aveva allontanato dal sogno.

“Non è il caso, è il destino”, sentì pronunciare alle sue spalle. Si voltò allarmato, ma non scorse nessuno. Era completamente solo in quel lembo di foresta. Confuso si guardò intorno con più attenzione, ma continuò a non vedere nessuno. Era davvero solo. Pensò a un’allucinazione sonora dovuta alla fame. Qualche frutto non l’aveva di certo saziato.
Riportò l’attenzione sul sasso e lo fece scivolare nella buca.
“Addio”, sussurrò. “Mi mancherai.” Iniziò a coprire il sasso con la terra quando si sentì afferrare per il braccio e scuotere bruscamente.

“Ehi ragazzo! Ti pare il posto per dormire?!”, il giovane alzò il viso assonnato e vide il mastro fornaio di fronte a lui, lo sguardo divertito. Accanto a lui la moglie che gli sorrideva bonaria. “Povero, non trattarlo così marito, ha lavorato tutto il giorno!” e poco più in là lei, la giovane che lo guardava incuriosita e rideva tra sé.
Il giovane si alzò colto alla sprovvista da tutti quegli sguardi e bofonchiò delle scuse: si era addormentato sul retro del negozio. Mentre aspettava.
Abbassò gli occhi e li rialzò furtivo. Non si era sbagliato, i suoi occhi non lo stavano ingannando: lei continuava a guardarlo e rideva.
Scoppiarono tutti a ridere di fronte al viso insonnolito del giovane e ai suoi capelli scarmigliati.
Lui fece per passarsi una mano sulla testa per riordinarli, ma poi ci ripensò. Voleva vedere quel sorriso e quegli occhi ridenti ancora per qualche attimo. Il tempo per ritrovare le parole e pronunciarle: “Giornata faticosa, oggi, vero?!”

 

INFO AUTORE

Scritto da Lara, maggio 2008

 

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