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    Dentro

Alzo lo sguardo al soffitto, nell’angolo una macchia opaca di umidità pulsa nella penombra. Avanza furtiva, guardinga, implacabile inghiotte l’intonaco e scivola verso di me. L’osso sacro mi implora pietà, un fremito d’insofferenza mi attraversa la colonna vertebrale, come una leggera scarica elettrica attiva i nervi: le giunture scricchiolano, le gambe gemono, provo a distenderle. Fanno male. Il pavimento cementato è gelido, le sue irregolarità come aghi mi torturano il sedere. Sono esausto, fermo immobile da non so quanto tempo. La testa mi scivola all’indietro e incontra la parete ruvida. Chiudo gli occhi, cerco sollievo. Non conosco quel luogo, non potrei chiedere aiuto neanche volessi. Qui è impossibile. Sono solo. Non ci sono finestre, solo una porta e una feritoia che getta penombra. Giorno e notte sono identici. Nessuna luce, nessuna oscurità. C’è sempre penombra. In questa cella il tempo è un eterno crepuscolo.

Sento passi nel corridoio, le suole pesanti dei loro scarponi. Su e giù, su e giù finché non si fermano e il mio cuore si ferma con loro. Sono impresse in me, come una seconda pelle che non mi potranno più strappare. Mi dicevano “Urla, grida più forte”. Ridevano: “Ti strapperemo fino all’ultima parola e la getteremo nel fuoco. Sarà tutto quello che rimarrà di te”.

Riapro gli occhi, li sento pesanti e asciutti, bramano lacrime che non dissetano più. Hanno perso la capacità di piangere, poso lo sguardo sulla macchia scura e la vedo pulsare. Accelera il ritmo, vibra veemente, i suoi bordi acquei si allargano, impregnano l’intonaco grigio come una nuvola imbronciata conquista il sereno, di soppiatto. Silenzio, il suono dei passi è cessato. Se ne sono andati. Rimango in ascolto, il silenzio mi pungola come un torturatore sadico, mi assorda e mi stordisce. L’aria è densa, intrecciata al silenzio, mi si deposita sulle spalle, entra in me attraverso le narici e la bocca, mi impregna i polmoni.
Umidità, macchia vorace, spazio conquistato, spazio che si riduce, soffitto, intonaco, pareti grumose, pavimento gelido, cemento. Penombra.
Il cielo mi sta sfuggendo, le nubi avanzano, cumuli grigio cenere. Grigio il soffitto, grigie le pareti, grigio il pavimento. Sfumature di grigio ovunque. Mi prendo la testa tra le mani. Sto per dimenticare il cielo, sereno, azzurro, libero. Nuvole protette da un’armatura, spada sguainata, cavalli al galoppo.
“Ti strapperemo fino all’ultima parola”. Ridevano.

Mi alzo di scatto, una fitta mi attraversa la schiena. Spada sguainata. Mi mordo le labbra, non voglio gridare, non ora. Nubi al galoppo. Avanzo di qualche passo, malfermo, di fronte a me la parete grigia, ruvida, inespugnabile. Le nocche della mano sinistra si proteggono nel palmo sporco e arido. E colpiscono. Ora. Ora. “Ora!”, urlo. L’intonaco salta, porta via brandelli di pelle, chiama a raccolta il dolore. Dolce dolore. Il grigio si tinge di carminio. Benedetto dolore.

Allontano il pugno, le dita pulsano febbrilmente, guardo il sangue scivolarmi fino alle unghie, gocce cadono, fendono l’aria, si lasciano inghiottire dal pavimento. Altre gocce, di sudore, mi bagnano la fronte. Scontro di nubi in cielo, scontro di spade, cade la pioggia. Mi lascio invadere dal dolore, gocce scivolano sul mio corpo, dalla fronte, dalle dita.
Avvicino la mano destra e intingo l’indice nelle ferite aperte. Nero e carminio si fondono.
Le dita tremano, sono scosso da fremiti. Piove tutt’intorno. Poggio l’indice incerto sulla parete.
Risuona l’eco: “… fino all’ultima parola”. E scrivo:

Io non sono qui.

 

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Scritto da Lara, 05 luglio 2009

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